Note di Regia

Ho voluto raccontare una storia di persone semplici. Una vicenda di pura fantasia, niente di autobiografico o di realmente accaduto. Uniche eccezioni il pittore Ligabue e il meno conosciuto Tajadela, considerato uno dei maggiori cantastorie del Nord Italia nel periodo tra le due guerre.

Si esibiva con la fisarmonica nelle sagre di paese in coppia con il clarinettista cieco Nadir Bernini, cantando “Vincere” mentre camminava all'indietro. E così ogni tanto i fascisti lo riempivano di botte. Erano personaggi affascinanti dei quali ho avuto testimonianze dirette. Troppo belli per non farli incrociare con i protagonisti del film.

La storia è ambientata all’inizio degli anni ‘40 e racconta di quattro amici che vivono i loro sogni proprio come i giovani di ogni tempo. Il loro mondo è quello delle campagne dove si conduce una vita ancora normale; la guerra sembra lontana e si vive l’epoca fascista in modo apparentemente distaccato.

Così viveva la povera gente, tormentata dalle necessità dell’esistenza quotidiana, fino al momento in cui la grande storia l’ha conosciuta e sofferta sulla propria pelle.
E così sono anche i protagonisti del film: vivono serenamente, giorno dopo giorno, fino a quando si presenteranno loro le difficoltà della vita prima e l’avvento della guerra in seguito.

Nella stesura della sceneggiatura ho voluto soprattutto evitare qualsiasi forma di retorica e qualsiasi giudizio rispetto agli avvenimenti storici e politici. Nella scrittura dei dialoghi ho cercato quanto più possibile di essere vicino al modo di esprimersi delle persone di quel tempo.

La rinuncia al dialetto è stata dettata dalla volontà di dare al film maggiore possibilità di diffusione al di fuori dell’ambito locale; ancora in Italia vi è scarsa propensione ai film sottotitolati ed inoltre i dialetti variano molto anche a brevi distanze. “Il cacciatore di anatre” è un film sulla vita e sui sentimenti.

Forse “leggero”, perché affronta tanti temi senza particolari pretese, se non quella di voler rappresentare il punto di vista di persone semplici, ma non superficiali, che sanno vivere con grande coraggio e dignità. E’ un lavoro lontano dagli stereotipi di tanti film, nei quali il mondo rurale è fatto di persone piagnone e rassegnate, che si divertono unicamente ai banchetti, ballando sull’aia o durante l’uccisione del maiale.

Tante persone che ho incontrato non erano così. Alcuni conoscevano le arie di Verdi a menadito e diverse volte avevano percorso in bicicletta 70 chilometri all’andata e altrettanti al ritorno per recarsi all’Arena di Verona. Altri suonavano nella banda del paese e altri ancora recitavano nella filodrammatica.

E c’era anche chi tirava di boxe o correva in bicicletta. Queste persone, dopo lunghe giornate di lavoro, andavano a esibirsi nei paesi vicini a piedi o in bicicletta, con lo strumento o gli abiti di scena in un sacco sulle spalle. Qualche volta rincasavano all'alba, giusto in tempo per mungere le vacche. Ricordo ancora la valigia di cartone pressato con dentro il bombardino d’ottone di mio nonno Gaetano, classe 1898. Era un mondo povero di mezzi quello, ma non certo di spirito.

Spero di aver raffigurato i personaggi del film come uomini veri e reali, pieni di voglia di vivere e con tanti sogni davanti a sé. Al tempo stesso ho cercato di ricostruire in modo realistico quel mondo in quel preciso momento storico. Una sorta di epopea del mondo rurale nella metà del novecento.E sono certo che le persone che quei tempi e quei luoghi li hanno realmente vissuti non potranno che dire: noi eravamo proprio così! ( nu iran propria acsì)
Egidio Veronesi